La foto di Giacomo

Pubblicato su www.rivistablam.it il 4 maggio 2022


Entro accolto dal trillo di un campanellino appeso al soffitto e dall’Arrivo subito del barista in camicia nera che sta asciugando dei bicchieri.

Nella sala ristagna odore di caffè, vino e tabacco, ma gli avventori sono pochi: a un tavolo tre anziani contano i punti di una partita a tressette, a un altro un uomo tiene in mano «Il Gazzettino», però non sta leggendo, mi fissa. Si alza e viene verso di me. Ha una faccia proprio buffa: capelli di stoppa separati da una profonda riga in mezzo, naso storto, barba a ciuffetti come se si fosse rasato senza specchio. Indossa un maglione olivastro di lana ruvida con trecce verticali e un paio di buchi davanti.

«Mi offri un… bicchiere?» mi chiede appena mi è vicino. «Non disturbare i clienti, Giacomone» lo rimprovera il barista. «Nessun problema,» dico io «un bicchiere di prosecco pure per il mio amico Giacomone.» Il barista mi lancia un’occhiata di rimprovero, però ormai l’ho detta, e Giacomo ha cominciato a sorridere e a tremare che non ho il coraggio di cambiare l’ordinazione.

Il vino sa di sughero, ma il mio compagno di bevuta se lo scola lo stesso in una sorsata. Appoggiato il calice, mi chiede se la cosa nera che ho appesa al collo è una macchina fotografica. Confermo, e lui mi confida: «Io di me ho solo una foto… di quando avevo otto anni». Non pronuncia neanche tanto bene le parole, ha un sigmatismo piuttosto accentuato. «Allora dai, vieni fuori che ti faccio un bel ritratto» gli propongo mentre lascio tre euro sul bancone.

Usciamo. Il sole è già dietro le montagne, e l’insegna al neon Albergo Bellavita sta provando ad accendersi lampeggiando, solo che «vita» non funziona e resta spenta.

Impugno la mia Canon digitale e mi sposto verso un angolo del parcheggio. «Mettiti là, più a sinistra, bene così.» Giacomo incrocia le mani davanti allo stomaco, coprendosi i buchi sul maglione, e sorride gonfiando gli zigomi. Però oscilla in continuazione, e pesta i piedi. «Stai fermo, dai, bello dritto» gli intimo. Scatto quattro foto a figura intera, e gliele mostro sul display. Adesso è più calmo, e per guardarsi quasi mi si appoggia alla spalla. Puzza di vino e ammorbidente. Mentre si guarda sussurra: «Giacomino». «Quando ripasso lascio le fotografie al bar» gli dico, mentendo.

A casa scarico le foto nel pc. Sono venute bene, così decido di inviarle a qualche amico: quello strambo personaggio che sembra uscito da un quadro di Pieter Bruegel li farà ridere un po’.

È solo dopo averle spedite che mi accorgo del particolare nella quarta foto, del piccolo dettaglio che manca nelle prime tre. Mi strizzo gli occhi tra l’indice e il pollice e sbuffo: d’un tratto Giacomo, con i suoi capelli ispidi, il naso storto, il maglione verde, e la macchia scura che gli è spuntata sulla patta dei pantaloni, non mi sembra più così divertente.

Per qualche minuto resto lì, inebetito, a guardarlo. Lui, illuminato dal flash davanti alle montagne nere, continua a sorridermi.


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