La mia prima casa

Candela

Quando toglievano la luce

Nella mia prima casa tolgono la luce a ogni temporale. E non sto parlando di ogni temporale che venga a imperversare proprio sopra di noi: bastano una nuvoletta scura all’orizzonte, un fiacco refolo di vento scappato da una burrasca lontana, un fulmine a chilometri di distanza – un chilometro per ogni tre secondi di ritardo del tuono rispetto al lampo, mi ha insegnato a misurare il maestro – e manca la corrente per ore. Se capita di sera, mia nonna provvede accendendo delle vecchie candele votive incrostate di gocciolature di cera. Le conficca dentro a dei bicchieri pieni di cenere piazzati in mezzo alla tavola, e noi, seduti intorno alle fiammelle tremolanti, ci incantiamo a guardare le nostre ombre ballonzolare sui muri.

Quando torna la luce spegniamo le candele non soffiando, perché così lo stoppino esalerebbe un grigio fantasmino di fumo puzzolente, ma soffocando la fiamma tra il pollice e l’indice inumiditi di saliva. A me, che forse non sono abbastanza rapido, resta sempre l’impronta nera dello stoppino sulle punte delle dita, e la pelle lisciata dall’ustione.

Nella mia prima casa c’è la camera mia e di mia sorella. Non mi disturba più di tanto la condivisione della stanza, del resto sono io che parlo nel sonno. “Vai! Corri! Passa! Goool!” Sopra la scrivania abbiamo una piccola televisione in bianco e nero senza telecomando, per cui quando serve cambiare canale scendiamo dal letto a turno – ma di solito non serve. Guardiamo Goldrake e Heidi. Un anno vediamo anche la serie giapponese di fantascienza Guerra fra Galassie, nella quale i protagonisti hanno delle spade con la lama laser che spunta al bisogno da un’impugnatura senza elsa. Io me ne costruisco una uguale conficcando in un rametto di sambuco lungo dieci centimetri l’antenna telescopica di una vecchia radio rotta. 

Nella mia prima casa non c’è riscaldamento. In inverno è caldo solo in cucina, dove c’è il fuoco e ci sono una quindicina di gradi in più rispetto al resto della casa. Le camere da letto sono lontane dalla cucina. Per andare a dormire ci mettiamo pigiama, calzini di lana e sciarpa, e poi ci infiliamo sotto alla còlsara, che sopra ha una coperta rimboccata stretta sotto al materasso per impedire che ci scopriamo rigirandoci nel sonno. Un sarcofago. Un mio cugino si porta un pugnale a letto, come Sandokan quando veniva gettato in mare dentro un sacco in stato di morte apparente. Siccome dormendo scivola sotto anche con la testa, teme di svegliarsi e non saper riemergere, rischiando di morire soffocato. Per avere un’isoletta di calore in mezzo alle lenzuola gelide usiamo il boccione dell’acqua calda. A volte la guarnizione del tappo del boccione non fa il suo dovere, e così, se per caso lo rovescio, l’acqua pian piano defluisce e impregna il materasso. Quando succede mi sveglio di soprassalto tutto bagnato, e per qualche istante di semi-coscienza tasto il lenzuolo alla ricerca di un pugnale. 

Nella mia prima casa c’è mio nonno Isidoro, classe 1912, bersagliere prigioniero in Albania, che la mattina si alza cantando. “E adesso che si canta giovinessa, si muore dalla fame e dalla stanchessa.” È un po’ sordo, soprattutto quando mia nonna lo chiama dentro perché fuori farebbe freddo. Parla un dialetto arcaico che integra con un vocabolario personale incomprensibile per i non familiari. Non è che inventi parole nuove, soltanto usa uno stesso termine per indicare due oggetti diversi, senza una logica univoca che possa elevarne la creatività a figura retorica. Rospo è l’anfibio e pure il soprannome con cui chiama mia nonna, sugatoio è l’asciugamano e il pigiama, congeatore è il congelatore a pozzo e il cassone dell’immondizia in strada. Questa ambiguità lessicale porta ogni tanto a qualche inconveniente, come quando abbiamo rinvenuto dei sacchetti pieni di penne di gallina vicino ai polli congelati.

Nella mia prima casa c’è mia nonna Giovannina, quella delle candele, che la domenica mattina – ogni domenica mattina – prepara il brodo di carne, perché a pranzo si mangiano il risotto e il lesso. Quando prendo la bronchite, è lei che mi fa le punture. Entra in camera mia portando in mano la scatola di latta contenente il siringone di vetro come fosse una pisside. Poi aspira la penicillina, ne fa uscire una goccia dalla punta dell’ago, mi strofina la culatta con un batuffolo di cotone imbevuto di alcol, e zac. “Ahiaaaa! Bruciaaaaa!” Per favorire la guarigione mi prepara anche degli impacchi con semi di lino che odorano di latte rancido e mi scottano lo sterno.

Rospo, i ga tolto a luce, impissa e candee.”

No e cato altro, me toca stare al scuro.”

Nonni, nonni, dove siete?

Mi sveglio di colpo, e cerco l’interruttore. La lampada sul comodino si accende. Non c’è la còlsara sopra il letto e non c’è una televisione sopra la scrivania. Non c’è nemmeno la scrivania. Mancano un sacco di cose. E io sono asciutto. Tutto asciutto. A parte, adesso, gli occhi.

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