Parole che non dicono niente.

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L’inflazione nel vocabolario

Quando qualcuno ha provato a contarle, ha trovato che le parole nella lingua italiana sono intorno a 260-270.000, forse anche un po’ di più considerato l’affermarsi continuo di neologismi. Peccato non essere inglesi, dirà qualcuno: con un vocabolario più che doppio (oltre 615.000 parole), avremmo avuto la possibilità di spiegarci meglio, di essere più precisi nel farci capire. O no?

Mah. È stato calcolato che il lessico comune, conosciuto e adoperato da chi ha una istruzione medio-alta, conta “soltanto” 47.000 vocaboli, mentre il Vocabolario di base dell’italiano, con cui possiamo coprire il 98% dei discorsi, contiene 6.500 parole.

Insomma, per comunicare ci accontentiamo quasi sempre di utilizzare appena il 2,5% delle parole esistenti nella lingua italiana, e anche a essere istruiti, stentiamo a conoscere più del 18% dei termini del vocabolario. Sembra insomma che tendiamo a ripeterci, a usare con grande frequenza sempre le stesse parole, anche se verosimilmente la nostra lingua ci permetterebbe numerose alternative. Che, ahimè, spesso ignoriamo.

Propongo di chiamare inflazione del vocabolario questa tendenza. Così come l’inflazione monetaria è una riduzione del valore reale (potere d’acquisto, da cui l’aumento dei prezzi) della moneta, dovuta a un eccesso di moneta nell’economia, l’eccesso di presenza delle stesse parole nei nostri discorsi e nelle nostre scritture/letture ne impoverisce il valore.

Sempre gli stessi discorsi

Imbattersi nella più facile associazione sostantivo-aggettivo diventa quasi irritante, per un lettore attento. Basta sorrisi smaglianti, sguardi misteriosi e minigonne inguinali: sarai anche bella, ma non mi dici niente. Che poi il crimine sia efferato, il piano astuto e la fuga rocambolesca, siamo sempre alla solita cronaca nera. Sicuri che il dolore possa essere solo lancinante, l’idea geniale, la risata sonora? E si potrebbe andare avanti per pagine.

La pigrizia dello scrittore riguarda un po’ tutto il mondo delle frasi fatte e degli accostamenti facili. Per carità non sono errori, ci ricorriamo tutti, ma in certi contesti apprezzerei una ricerca maggiore, non per essere originali a tutti i costi, magari esibendo termini stravaganti e forzati, ma per essere più precisi, più esatti, per far capire meglio qualcosa.

Mi viene in mente l’aggettivo madido: credo di averlo sentito usare solo con riferimento a una fronte sudata, ma forse avrebbe un potenziale maggiore.

Un campo poco fantasioso linguisticamente mi sembra quello delle previsioni del tempo. Tra afa soffocante, freddo polare, vento che sferza e pioggia che flagella… niente di nuovo sotto il sole!

Ok, finisco la predica con l’ultimo invito: usate il vocabolario, anche quello dei sinonimi e contrari!

3 Risposte a “Parole che non dicono niente.”

  1. Gradisco il tuo punto di vista difforme, che mi stimola a evolvere conoscenza e linguaggio.
    E lo dico seriamente, anche se sai che io non mi esprimerei mai così. Non sarebbe da me.
    Poiché nel linguaggio a volte si identifica la natura e la persona stessa. O il personaggio.

    Ho scoperto da qualche anno, un paio in realtà 🙁 l’esistenza della funzione Thesaurus, prima andavo a spulciare sul web. La uso per gli scritti, sperando di assimilare vocaboli differenti, ma me ne dimentico quasi subito. Credo sia per stili e luoghi in cui viviamo la quotidianità.

    1. Ciao Cristina,
      il tuo gradito commento mi suggerisce di mettere in evidenza una frase del mio articolo che forse non ho messo sufficientemente in risalto: non per essere originali a tutti i costi, magari esibendo termini stravaganti e forzati, ma per essere più precisi, più esatti, per far capire meglio qualcosa. Non volevo criticare la semplicità nella scrittura (che anzi personalmente ritengo un valore), ma la trascuratezza, incoraggiando la scelta consapevole, e la ricerca attenta del mot juste di flaubertiana memoria. Aggiungo infine che per rinforzare il lessico personale può valere qualsiasi buona lettura, non solo quella del vocabolario 🙂 .

  2. 🙂 Mai pensata fosse una critica, anzi ma la mia eccola qua sotto.
    Anch’io non amo la trascuratezza. E mi rendo conto anzi, che c’è una povertà lessicale davvero imperante, anche nell’uso di termini, seppure semplici, in modo confuso.
    Per la lettura, ma come fai a saperlo che leggo poco? 😉

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