Lo zio Wiggily nel Connecticut – Qualche spunto di analisi

Lo zio Wiggily nel Connecticut (Uncle Wiggily in Connecticut – 1948) racconta un pomeriggio tra due amiche, Mary Jane ed Eloise, ex compagne di collage e di stanza che non hanno finito gli studi, a casa di Eloise. Mentre fuori la neve a terra sta ghiacciando, le due amiche chiacchierano e bevono whisky (forse troppo).

Mary Jane ci appare come una donna poco originale, quasi limitata: si perde per arrivare dall’amica (Erano quasi le tre quando finalmente Mary Jane trovò la casa si Eloise) e non sembra abituata alla riflessione (…disponeva di scarsissime risorse per passare il tempo da sola in una stanza). Eloise ci viene presentata invece come una donna più energica, impartisce ordini, fa battute, non si impressiona per la morte di una loro professoressa (“Eloise, stai diventando dura come una pietra” le dice Mary Jane). Ha una personalità più complessa, travagliata, e sono proprio le nevrosi e le insofferenze di Eloise a scandire lo svolgimento del racconto.

Eloise è irrequieta, e si trova a disagio a casa propria: “Non c’è un cristo di cuscino in questa casa che valga due soldi”; “Tanto non lo posso soffrire, quel maledetto tappeto”. Rimpiange un vecchio amore, Walt (uno dei fratelli della famiglia Glass che popoleranno i racconti di Salinger), morto in un incidente in guerra: “Di tutti i ragazzi che ho conosciuto, era l’unico che riuscisse a farmi ridere”; “Dio se era carino. O ti faceva ridere o ti faceva tenerezza. Ma non la maledetta tenerezza dei bambini, intendiamoci bene.” Non ama il marito, con cui non ha mai parlato di Walt: “Perché? Perché non è abbastanza intelligente, ecco perché”; e quando Mary Jane le chiede perché se l’è sposato, risponde: “Dio santo! Non lo so. Mi ha detto che andava matto per Jane Austen. Diceva che i libri di Jane Austen erano una cosa importante, nella sua vita. Precise parole. E dopo che l’ho spostato ho scoperto che non aveva letto uno che è uno.” Verso la fine del racconto, si rifiuterà di andarlo a prendere in macchina, obbligandolo a tornare a casa a piedi (e lo sapremo da una telefonata di cui ascolteremo solo la voce di lei).

L’insoddisfazione di Eloise per la direzione che ha preso la propria vita si esprime in forme di rabbia che non risparmiano la domestica e soprattutto la figlia Ramona, che tratta (quasi) sempre in modo rude, violento. “Ramona,” urlò Eloise con gli occhi chiusi, “va’ in cucina e fatti togliere le soprascarpe da Grace.” (La difficoltà ad accettare la propria situazione sembra rinforzata dalla tendenza di Eloise a parlare ad occhi chiusi, come nella battuta appena citata, o a stare e muoversi in casa con la luce spenta.) […] “Smettila,” Eloise disse a Ramona. […] “Ramona,” disse Eloise. “Ti ho detto di smetterla. Ma subito.” […] “Prima siediti, fammi il piacere… Non là… qui. Dio!” Forse Eloise trova Ramona irritante anche perché somiglia al marito, ricordandole le sue scelte sbagliate? “A Lew. Somiglia a Lew. Quando sua madre viene qui, sembrano tre gemelli.”

Se Eloise fatica ad accettare la vita che si ritrova a vivere e cerca consolazione nel ricordo di tempi e persone migliori, la figlia Ramona, molto miope (simbolo di una incapacità di discernere quello che le succede intorno? Riflesso della tendenza della madre a non vedere/voler vedere?) si crea degli amici immaginari, prima lo sfortunato Jimmy Jimmirino, munito di spada ma – significativamente – senza genitori, che cadrà vittima di un incidente stradale, e poi il sostituto Mickey Mickeranno. Quando Eloise troverà Ramona sul bordo del letto per lasciare spazio a Mickey, si arrabbierà molto con la figlia: Eloise alzò la voce a uno strillo. “Mettiti subito in mezzo al letto. Sbrigati!” Ramona, molta spaventata, guardò Eloise senza muoversi. “Va bene. ” Eloise afferrò Ramona per le caviglie e la trascinò verso il centro del letto. Ramona non si divincolò né pianse; si lasciò spostare senza veramente sottomettersi. “E adesso dormi,” disse Eloise, respirando pesantemente. “Chiudi gli occhi… Hai sentito, chiudi gli occhi!” Ramona chiuse gli occhi. Eloise andò all’interruttore e spense la luce. (Ritorna il tema del non vedere: come non accettare la realtà o come rassegnazione?)

Il finale è di una intensità mostruosa: ci sono sono lacrime, il ricordo umiliante di un vestito che non andava bene, il bisogno di sapere di essere stata una brava ragazza… Ti ho voluto lasciare solo qualche riflessione personale, senza approfondire troppo, anche per non influenzare, e quindi limitare l’interpretazione, che ognuno può dare alla storia. Spero soltanto di averti incuriosito a leggere (o rileggere) questo racconto, a mio parere bellissimo. Goditelo, goditi la precisione dei dialoghi, lo spessore dei personaggi, la sensibilità dei dettagli. E se ti piace scrivere racconti, traine tutti gli insegnamenti che puoi. Perché Salinger è un maestro.

Le citazioni sono tratte da J.D. Salinger, Nove racconti, traduzione di Carlo Fruttero, Einaudi, 2000.


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